19 febbraio 2017

La mente corre per conto suo

Era importante per me tornarci entro oggi, al parco, per trasformare un episodio nell'inizio di una sequenza virtuosa. Ho ripetuto lo schema dell'altro giorno, mezz'ora in tutto tra camminata sostenuta e corsetta, ma questa volta mi è sembrato più agevole.

A riprova di ciò, il fatto che perlomeno nei primi venti minuti il pensiero vagava altrove, fino a lasciarsi abbracciare dalla moltitudine di tanguere che mi sono venute in mente (oltre a Martina, ovviamente). Ebbene, come ho già avuto modo di esternare conversando in milonga, noi maschietti del tango siamo piuttosto fortunati, giacché le tanguere sono tantissime, bravissime, bellissime, in sé e per come disegnano arpeggi nel mondo, sull'onde della musica e in armonia con la guida di chi sta con loro nell'abbraccio.

Ho anche ridacchiato tra me e me rilevando un'analogia con un meccanismo che mi si accendeva durante i turni di guardia ai tempi della naja in quel di Bolzano: per farmela passare, scorrevo mentalmente in ordine alfabetico le ragazze che conoscevo (non necessariamente in senso biblico) e passo dopo passo il fucile in spalla mi pareva più leggero e il turno meno noioso, sebbene in qualche caso mi risultasse in un certo qual modo ostacolata la camminata.

Giorno 50: quasi sotto il segno dei pesci, ma che importano i segni se puoi seguire altri indizi?

16 febbraio 2017

Le riserve stanno ancora tutte lì

Se è vero quanto ho sentito stamattina alla radio, e cioè che il grasso inizia a intaccarsi dalla mezz'ora di corsa in avanti, posso dire alla panza di non angustiarsi ancora per un po', visto che la sgambata al parco Nord l'ho fatta durare mezz'ora in tutto, alternando camminata veloce e corsetta (5 e 10 minuti) per due volte. Comunque, è sempre più che il nulla e inoltre già mi sento un po' meglio. E a proposito: le corde vocali sono pulite, me l'ha detto la laringoscopia fatta l'altro giorno al Niguarda.

Verso il Carnevale: ti maschererai? Se sì, come?

09 febbraio 2017

Memo

Ci sono foglietti vari e numerosi post-it ad affollare il paesaggio visivo di prossimità: dovrebbero fungere da promemoria e da sprone, ma rimangono lì così a lungo da risultare a un certo punto letteralmente invisibili, come se si mimetizzassero con lo sfondo (esiste una parola svedese su questo fenomeno: hemmablind, letteralmente "casa-cieco").

Oggi però me ne sono accorto e con una certa soddisfazione e perfino un pizzico di orgoglio ne ho eliminati un bel numero (nella raccolta differenziata, ovviamente, dopo aver strappato via la parte adesiva).
Tra di essi, quello che mi imponeva di provvedere ad anticipare la visita di controllo per la gola, così da contrastare le ansie di chi standomi intorno percepisce e talora patisce il mio perdurante abbassamento di voce. Domani si saprà già qualcosa al riguardo, presumibilmente.

Ora ne ho appiccicato uno nuovo: "torna a correre", dice.

325 giorni alla fine dell'anno: non è che ci sia poi tutto questo tempo.

06 febbraio 2017

In sbatta per la musica

Se ti senti giù di giri, mettine su quarantacinque.

Qualora non cogliessi immediatamente il senso di questa frase, ti toccherebbe viaggiare un po' a ritroso nel tempo, fino a incontrare solchi neri apparentemente circolari, ma in verità disposti a spirale su un materiale plastico chiamato vinile e utili a trasmettere l'informazione sonora, attraverso l'azione della puntina e della testina fonografica, per far uscire dalle casse la musica selezionata.
I 45 giri erano i singoli, con una canzone per lato, in genere quella di maggior successo più una mezza sorpresa. Tale successo veniva un tempo misurato settimanalmente da una classifica che si ascoltava alla radio, la Hit Parade presentata da Lelio Luttazzi (ReAnto R la sta riproponendo sul suo blog).

Pensa che sbatta, dover inserire ed estrarre un disco dal mangiadischi, o addirittura sistemarlo sul piatto dello stereo posizionando poi la puntina sui primi solchi, solo per sentire una canzone.
Personalmente, l'ho fatto molte più volte con i 33 giri, grazie ai quali per lo meno ti ascoltavi un'intera facciata, variabile come lunghezza tra il quarto d'ora abbondante e la mezz'ora scarsa. Il gesto, però, quello è rimasto nella memoria tattile, con le mani attente ad allargarsi per non far capitare i polpastrelli sulle tracce sonore nel momento in cui si estraeva l'ellepi dalla copertina, usando il pollice per il bordo esterno e il medio per sostenere il disco dal centro, dove stava l'etichetta. In un pomeriggio di studio liceale, mettevo come sottofondo parecchi tra i miei preferiti dell'epoca (che in alcuni casi continuo a preferire anche ora, per esempio Neil Young o i Jefferson Airplane) e mi alzavo di conseguenza dalla scrivania tutte le volte che serviva.
Con la pigrizia attuale, viziati dal clic facile, quella piccola fatica costituirebbe già un vaglio selettivo severissimo.

Sesta settimana: tu per quali dischi faresti volentieri quella piccola fatica?

03 febbraio 2017

Ricordi a voce

Ti ricordi, mi ricordo... Un verbo che se illumina il passato potrà essere fruttuoso per il futuro. Ripercorrere insieme pezzetti anche dolorosi per colmare buchi, riattraversarli per capire meglio e per guarire le ripercussioni delle ferite antiche.

Ti ricordo, mi ricordi? Un semplice ammicco, un cenno rassicurante sulla propria unità, così diluita nel tempo trascorso e nel vorticare di immagini sconnesse, di sequenze disgregate, di associazioni contraddittorie.

Ti ricorda, una voce amica e carissima, di fare i suffumigi, altrimenti la gola e la voce te le sarai giocate, a meno di non avere santi in paradiso e in calendario.

San Biagio: e se sei rimasto senza panettone?

02 febbraio 2017

Bene, grazie

Parlami di come si possano avere pensieri di ampio respiro mentre si sta tossendo.
No, però, oltre a ricordarti che poi passa, so che conosci l'opportunità di sfruttare ogni momento di pausa forzata come occasione per ricentrarti.
Bah, vedremo.

Candelora: cosa puoi ricavare dalla contraddittorietà dei proverbi?

01 febbraio 2017

Piressia?

'Sto mese, ci sarà un motivo se si chiama così, mi dicevo. Allora me la sono provata e non ce l'avevo. Però un po' conciatino mi sento e lo sono: tra un colpo di tosse e l'altro saluto dunque il mondo anzitempo e vado a rintanarmi sotto le pezze, sperando in una dormita ristoratrice.

Inizio del secondo mese: al risveglio hai pronunciato "rabbit, rabbit, white rabbit"?

31 gennaio 2017

Ci s'ingentilirà

Gli abbracci che sto piano piano migliorando sono quelli tangueri. Lo faccio continuando a seguire i corsi del mio primo maestro Antonio Iantorno e della sua Anna Parker, lo faccio andando a ballare ogni volta che posso (poco o tanto, dipende dalla prospettiva), lo faccio anche prendendo qualche lezione extra dall'artista Beatriz Mendoza. L'affinamento non finisce mai, un po' come quando si impara a suonare uno strumento musicale o a padroneggiare una lingua straniera: più si progredisce, più si avverte l'enormità degli abissi da colmare. È come una spirale, positiva, e come in una spirale, ad ogni giro si ripassa sullo stesso punto, ma a un diverso livello.

Gli abbracci che non hanno bisogno di essere migliorati, ma solo praticati, invece, sono quelli affettivi. L'affettuosità non manca e non è mai mancata, ma le sue manifestazioni dipendono da diversi fattori. Uno fra tutti, la delicatezza dei cambiamenti evolutivi delle persone, segnatamente quelli dei figli. Però sappilo, tu che magari stai patendo le ritrosie della tua prole adolescenziale: quelle manifestazioni, talora sospese per lasciar posto agli scontri da crescita e da ricerca di autoaffermazione di giovanotti e giovanotte, poi torneranno, più belle che mai, perché nutrite di nuova consapevolezza.

Giorno trentuno: occhio, che imbarbarirsi è un attimo!


a cura di Giulio Pianese

scrivimi