17 novembre 2017

Pedala forza vai

Vale sempre la pena far aggiustare la bici, quella quasi gloriosa carretta rossa che mi permette di infilarmi tra il traffico anticipando i pesanti e puzzolenti quattroruote (li chiamo così quegli animaloni brutti solo quando non sono io a usarli) e di arrivare a destinazione un po' sudato ma con un senso di tonicità e qualche grado di soddisfazione.
Vale la pena gelarsi le mani perché non si trovano i guanti al mattino, vale la pena asciugarsi il naso al semaforo, vale faticare un po' per procedere spedito anche nelle rare salite. Vale ancora di più andarsele a cercare, quelle salite, attraversando il parco per tornare a Cinisello dalla Bovisa dopo un pranzo troppo lauto e con tanto sapore affettivo.
Vale tantissimo godersi le immagini attraverso il parco, con lo specchio del laghetto di Niguarda colorato dai riflessi degli alberi, bellimbusti che esibiscono spettacolari chiome provvisorie. Chiome simili si moltiplicano procedendo oltre e abbracciano lo sguardo assommandosi in foresta fatata che chiama a farsi esplorare.
Va, va, ma nel frattempo il buio si fa strada, il buio ti sorprende e a nulla valgono le lucine del Decathlon se le hai lasciate a casa sul comodino antiquato vicino all'ingresso. Una bianca una rossa, capaci di lampeggiare o di fissarti e di farsi notare comunque fino a 300 m, nientedimeno. Vai, vai, che sembra che arrivano i pompieri, diceva Gino il ciclista l'altra sera, dopo avermi raddrizzato la ruota: abilità che in questo caso vale più di un congiuntivo.

28 ottobre 2017

Ora e ancora

Il CD World Without Tears di Lucinda Williams me l'aveva regalato Wes, un americano che accompagnavo dai suoi clienti italiani facendogli da interprete. Se voglio ascoltarlo, però, mi tocca ricorrere a YouTube, perché il supporto fisico l'ho perso; evento per me più unico che raro, questo, nel caso di dischi, CD o anche cassette.

Tra i pezzi in elenco, quello che mi catturò fin da subito è il primo: Fruits of My Labor, sicuramente per la generosa dose di dolciastra malinconia che lo avvolge e che si porge all'orecchio amante di quegli unici momenti, all'animo vagante dai perduti struggimenti.

Ora, mentre lo ascolto e riascolto masticandone il testo, lascio che il lenzuolo del tempo svolazzi schiaffeggiando l'aria più o meno limpida degli spazi ampi, sentendomene lambire con levità, con levità. Lieve il sorriso, dolce lieve giunge una notte che sa di luna con un'aura che sa d'aurora, lattescente notte che sa già di alba, ora dopo ora e per un'ora ancora.

21 ottobre 2017

Euforica pienezza

A raccontarti una cosa di quando non c'eri mi sembrerebbe di farti ascoltare una cover dei Nouvelle Vague, quelli capaci di appiattire qualsiasi bella canzone capiti loro sotto gli spartiti.
Metti che nel racconto ci siano i tempi giusti: comunque mancherà lo spessore; magari c'è la storia, ma sciapidiscono i sentori; oppure ci sono le sensazioni, però mancano i riferimenti condivisi. Tante tante tante volte la condivisione non è facile, in taluni casi nemmeno ipotizzabile.

Eppure esistono e si verificano preziosi contatti umani con chi sa (quasi) esattamente quel che abbiamo provato e come lo abbiamo provato. Meglio ancora, ma lì si arriva al sublime, con chi riesce a leggere oltre, a leggerci oltre, più di quanto saremmo mai riusciti a fare da soli.
Lì si raggiunge un livello di crescita interiore, non necessariamente un'evoluzione, ma di sicuro una stupefacente dose di piacere e riappropriazione, con la capacità di andare a occupare i nostri interstizi nascosti, le nostre cavità emozionali meno frequentate, le parti a lungo trascurate del nostro immenso piccolo essere.

A metà strada, un intrico di scorciatoie ci facilita le cose: il compimento di percorsi in compagnia, la pratica comune di discipline o divertimenti, la compartecipazione ad attività, l'espressione di passioni, il fare insieme, l'essere per davvero.
Essere e fare vanno bene insieme, così come ascoltarsi l'originale.

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bonus: Blister in the sun, Violent Femmes (1982)

08 ottobre 2017

Domande da blogger a blogger

Maximiliano Bianchi (Strelnik) chiede:
Blogger della vecchia guardia (2002-03) cosa volete? Di che cosa vi fate? Dov'è la vostra pena? Quale è il vostro problema? Perché vi batte il cuore?
Rispondo di getto:
1) armonia e intensità.
2) di tango.
3) nei limiti della capienza del vivere e nelle distanze spaziotemporali degli affetti.
4) sanare il conflitto tra pulsioni ludico-epicuree e necessità economiche.
5) perché ho il sangue caldo e sorridente.

[qui le risposte degli altri]

27 settembre 2017

Visione periferica

"Third time lucky", si dice in inglese, la terza volta è quella fortunata. È un invito a provarci e riprovarci, ed è quello che mi ha permesso di ritirare finalmente il certificato penale, che mi serve per uno dei miei lavori. Oggi, inforcata la claudicante bici rossa, quella coi lucchetti che valgono più di lei, ce l'ho fatta a portarmelo a casa.

L'avevo ordinato on-line alla Procura di Monza, ma la prima volta non avevo le marche da bollo e tutti i tabaccai nei dintorni erano in pausa pranzo (cosa impensabile a Milano). Così, nervoso e deluso, ero tornato al parcheggio sotterraneo a pagamento per poi infilarmi nel dedalo dei sensi obbligati, fastidiosa trafila di chi è così stupido da voler raggiungere un centro storico in automobile.

La seconda volta, dopo essermi procurato le marche da bollo, c'ero andato in bici, evitando il delirio delle zone non accessibili e dei parcheggi rari e cari, solo che avevo letto male gli orari di apertura e sono arrivato un quarto d'ora dopo il tempo utile. Ero partito tardi per via di una gomma bucata (no, niente cavallette), due volte dal ciclista in un mese e stavolta proprio all'ultimo minuto. Diciamo che dopo aver trovato la porta del casellario sbarrata, c'era di che battezzare la giornata come infausta, e invece.

Invece mi sono aggirato per un po' tra le zone pedociclabili del capoluogo brianzolo, dove vagheggiavano e albeggiavano intensi e golosi ricordi, poi ho deciso di concedermi un giretto un po' casuale sulla via del ritorno, seguendo istinto e pedali e guardandomi intorno.
A guardarmi intorno, in verità, avevo cominciato già all'andata, ché la bassa velocità questo permette e invita a fare. Lì mi ero ritrovato esattamente nell'inesatto territorio di mezzo instabilmente ubicato tra zona urbana e campagne. Case e campi, un prato verde incolto e un capannone, due sterrate e un deposito di rottami spropositatamente elevato al di là di un muro, sorprendente metallico montone luccicante al sole del primo meriggio, corrusco come un mucchio di lucidi scudi guerrieri.
Una strada chiusa, così dice il cartello, ma non cambio rotta, la percorro e ne esploro le piccole ramificazioni, costeggiando dimore di foggia diversa, dai residui di antiche cascine a case e villette, talvolta perfino graziose. Proseguo tra sfondi diseguali fino al termine ultimo, un cantiere col cancello aperto dove un cane grasso aggressivo slegato mi induce a fare dietrofront, pedalando via dalla sua corsa abbaiante e riguadagnando con ostentata tranquillità la via di casa.
Per orientarmi, usavo le montagne: Grigne e Resegone come stelle polari, ma su fondali celesti attraversati da qualche bianca nuvoletta.

Il pensiero trovava analogie con le camminate extraurbane raccontate da Carlo Molinaro, un po' a zonzo e con poesia, e con gli sguardi posati da Gianni Biondillo sulle periferie.
Posare lo sguardo è un'arte, nel senso artigiano del termine, un mestiere quasi come quello di vivere, è un modo per preservare il respiro lungo e la capacità di far rilucere gli occhi anche di rimbalzo, grazie a un'inquadratura scandita da un giro di pedali che abbraccia il cielo e l'asfalto, le sterpaglie e il sole che si sdilinquisce su dei rottami. Non è tutto idillio quel che luccica, e nemmeno il resto, ma quando il soffio d'intorno te ne porge il pulsare, captalo, e sèntitici dentro. Sei tu e il mondo, e il mondo è tu.

31 agosto 2017

Memorabilia

Il giorno in cui tu sei nata mi stavo baciando con una davanti al Tudor Hall. Un bacio memorabile, scambiato con sensualissima allegria, perfetto ancorché unico, memorabile quanto il complimento poi ricevuto, vorace e morbido ad un tempo e come quello, gratis. Quella sera, perché fu di sera, non potevo sapere che stavi venendo al mondo, né che di lì a 26 anni mi sarei lasciato fotografare dai tuoi baci, flash scaturiti da complici risate condivise.
All'epoca ero già viaggiatore del tempo e fu probabilmente questo a suscitare la scintilla che riaccese d'allegria l'iridescente iride, facendoci sguinzagliare pulsioni con illogica tranquillità di spirito. Rispondendo alle tue di labbra mi riconoscevo nella polvere di stelle che ci aveva accompagnati, anticipavo la polvere di spezie che avrei incontrato più oltre, noncurante della polvere alla polvere che non riusciva più a spaventarmi.
Sarei poi ripartito, dopo un commiato di reciproca ilarità appassionata, verso rotte solitarie, inframmezzate da altri flash e rievocazioni, perle sul filo tralfamadoriano dei ricordi passati e futuri. Un giorno ci saranno di nuovo, un giorno ci sono già stati, un giorno ci furono e ci sono nuovi baci memorabili, ciascuno a caccia di un presente eterno nel tempo e nello spazio.

29 luglio 2017

Di grappa e altre bellezze

Ho usato due litri di Grappa Franciacorta Morbida per riempire i boccacci nei quali ora riposano alcoliche le ciorciole e i rametti di cembro che mi ha dato Walter della Baita Caserina perché potessi provare a farmi la grappa al cirmolo.
Non so quale sarà il risultato finale: intanto sto facendo il possibile, trasferendo ogni mattina i barattoli sul balcone perché si possano crogiolare al sole per tutto il giorno e riportandoli in casa la sera. Lo zucchero aggiunto si è già sciolto completamente, il colorito rosaceo è già stato acquisito, ma la pazienza è la virtù primaria per chi voglia sorbirsi dei bicchierini all'altezza delle aspettative.

Il colpo di fulmine gustativo era avvenuto quando, dopo una passeggiata in cresta sul Cornon, ero sceso col mio amico Franz a rifocillarmi alla Caserina. Qualche giorno più avanti, insieme a mio figlio Lorenzo avevamo ripetuto la camminata, allungandoci a percorrere il panoramicissimo monte Agnello prima di inoltrarci lungo il grazioso sentiero tra pini mughi e stelle alpine che dai "Cornacci" sovrasta da un lato la val di Fiemme e dall'altro l'ampio anfiteatro verde di Pampeago, incorniciato dalla magnificenza del Latemar, ma che offre alla vista, tra l'altro, anche l'intera catena del Lagorai, le Pale di San Martino, la Marmolada, il Piz Boè. In questa occasione, ripassando dalla Caserina per una fortaia di metà pomeriggio, insieme alla degustazione mi sono stati offerti gli onori boschivi atti alla produzione casereccia dell'ambita acquavite.

Mi rendo conto, scrivendone, che non si tratta solamente di voler ottenere una leccornia fine a sé stessa, ma di una sorta di tentativo di catturare la bellezza sensoriale promanante da un'intera area geografica che parla ai ricordi e alle voglie, comunicando quindi attraverso il tempo, dal passato al futuro, e che regala istanti sempre presenti grazie all'intensità della sua bellezza.

29 giugno 2017

Il pezzo

Ero lì in auto, mi accingevo a valicare il cavalcavia di Sesto quando ho avuto un'epifania euforizzante: dalla radio (Lifegate, in quel frangente) era partita poco prima Somebody to Love dei Jefferson Airplane, canzone che ascolto dalla fine degli anni settanta, quando acquistai il vinile del 1967 da cui è tratta, ossia Surrealistic Pillow, con tutta la band in posa sulla copertina rosa.

Il cielo era minaccioso, tanto da rievocare certe scene di A Serious Man, film dei fratelli Coen in cui proprio di questa canzone, che fa parte della colonna sonora, viene citato il testo da un rabbino come perla di saggezza ammannita a un ragazzino da redarguire.

Ebbene, mentre percorrevo in su e poi in giù quel cavalcavia, dopo essere stato catturato e trascinato dalle miscele vocali, con la vigoria di Grace Slick e il calore di Marty Balin, mi sono lasciato elettrizzare dagli intrecci strumentali, con la potenza del basso di Jack Casady, le irresistibili acidità della chitarra di Jorma Kaukonen e il sovrapporsi di tutti quanti, un proliferare di livelli d'ascolto che nel giro di tre minuti tre ti danno e ti tolgono tutto.

Lì mi sono detto: questo è IL pezzo. Ce ne sono tanti che mi emozionano e mi accompagnano da sempre, ce ne sono diversi che mi prendono totalmente, alcuni che ho addirittura sigillato come preferenze assolute, ma in quel momento, con forza, ho percepito e sentito così.

Subito m'è venuta voglia di scriverlo, ma non potevo fermarmi (ero di pronto soccorso tanguero, chiamato a far da cavaliere d'emergenza per una lezione cui partecipava anche mia figlia) e allora mi sono detto, e l'ho fatto: chiamo la Mi e glielo dico. Per fortuna m'ha risposto e così ho potuto condividere la sensazione, raddoppiando istantaneamente il piacere (e il sorriso, con questa romagnola che non vedo da quasi dodici anni).

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Signori e Signore: Jefferson Airplane, Somebody to Love



a cura di Giulio Pianese

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